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GIUSEPPE CANNISTRARO

Artista milanese il cui nome e già conosciuto negli ambienti grazie alle molteplici iniziative in cui e stato protagonista,(mostre personali, collettive, ma soprattutto premi e concorsi. In pittura realizza principalmente appunti di viaggio, dove l'aspetto socio-antropologico e le contraddizioni sono gli elementi principali della sua ricerca.
All'inizio c'è il viaggio: però bisognerebbe intendersi su questa affermazione, perchè Giuseppe Cannistraro è un viaggiatore, non un turista; egli pratica il viaggio come scoperta, lontana quindi dalle mete "commerciali", dalle coordinate fissate, dei tempi scanditi, dell'organizzazione programmata; egli è una sorta di viaggiatore goetheiano, che si lascia sedurre là dove una "piega" del percorso lo richiede: come quando "scopre" un rudimentale autogrill nel deserto del Marocco, stridente cortocircuito, dove un mix eterogeneo di occidente e realtà autoctone si miscelano, creando un ibrido particolarmente suggestivo. In questo tipo di viaggio non ci sono mete: il "perdersi" è da mettere in conto, il "tempo" non è monetizzato, non scandisce tappe. Dilatare un tempo, lì dove è richiesto, è una prerogativa del "puro" viaggiatore, il turista non se lo può permettere. E come fermare il baluginare di una immagine, di una seduzione visiva se non con la macchina fotografica? Questa serie di scatti sono gli "appunti" visivi che serviranno alla realizzazione dei dipinti: in fondo è anche una sorta di memoria esperienziale, di taccuino da viaggio contemporaneo. E in realtà tutto il lavoro dell'artista è legato sul doppio registro della memoria esperienziale del viaggiatore, connessa alla memoria storica, sociale e direi antropologica dei luoghi; come una sedimentazione pittorica che si lascia sedurre dagli anfratti della storia o della società là dove più si accumula in contraddizioni, in cortocircuiti linguistici, in significanti ideologici ormai polverosi. Nel ciclo "Pompa Magna" una sorta di folklore italico, intriso di memoria e tradizione , dove un imprinting cattolico celebra ancor oggi i suoi riti e "Miti", è risolto in soluzioni formali dal gusto neorealista:il bianco e nero virgoletta la scelta tematica, dandogli una distanza che è memoria, antropologia.
Nella serie "Museo del comunismo" rende perfettamente il senso di luoghi della memoria che sono pure, dal punto di vista semiotico, significanti senza più presa sociale e quindi sul linguaggio, nomadi fluttuanti: una volta segno dell'ideologia, ora destrutturati in puro significante, oppure convertiti in significato, ma legato alla categoria della memoria, della storia. Le stanze della "Stasi" di Berlino o quelle degli interrogatori a Budapest e Praga sono l'esempio più evidente di questo: appaiono luoghi depotenziati, ma sappiamo quanto terribile dovesse esser stato sopravvivere "ospiti" in tali strutture . C'è una postilla dell'artista stesso, una nota in calce alla serie del "Museo del comunismo" che fa: "per non dimenticare, nel bene o nel male".

Gianfranco Ferlazzo

 

Le opere

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