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STEFANO FIORESI

Nelle città dei passage e dei grandi boulevard di fine ottocento, protagonista indiscusso è il flâneur. Il flâneur fa della città, divenuto luogo di avventura per eccellenza, non tanto la sua casa, quanto il suo palcoscenico.
Il flâneur è il nuovo eroe della città moderna, straniero e cittadino al tempo stesso, che attraversa la città senza strade prefissate, ma capace di trarre significato dalle proprie tracce. Il flâneur, secondo la descrizione di Giandomenico Amendola, “vive come l’Huomo Ludens di Huizinga per il gioco in quanto tale senza curarsi del risultato e pratica, avido di stimoli e di esperienze, quella che Balzac chiamava la
‘gastronomia dell’occhio’”.
Sarebbe impossibile scorgere il flâneur in una città incapace di porsi essa stessa come oggetto dell’esperienza urbana, intesa come continua ed inesauribile scoperta.
L’attuale uomo metropolitano, frenetico, mutevole, curioso e indifferente, pronto a sostituire la ragion etica con la ragion estetica, ha un progenitore e una forma primordiale nel flâneur. Stefano Fioresi non è altro che la versione aggiornata del flâneur ottocentesco, che vaga per le strade e i marciapiedi delle odierne città metropolitane, da New York a Parigi, da Londra a Milano, attingendo al serbatoio simbolico e comunicativo esistente.
Per attrarre e stimolare continuamente il visitatore, per stordire il flâneur, il territorio urbano deve essere vibrante, sovraccarico di segni e di stimoli. Il nuovo uomo metropolitano, di cui Stefano Fioresi ne è personificazione, è a proprio agio nel delirio e nella fantasmagoria della città contemporanea vissuta sempre di più come scena e bazar.
Dall’inizio del Duemila la ricerca di Stefano Fioresi, modenese di origine ma viaggiatore instancabile delle metropoli europee e americane, ha eletto la città come soggetto e scenario del proprio lavoro artistico.
La città-delirio – Delirious New York il titolo significativo del manifesto urbanistico di Rem Koolhaas –, la città postmoderna, presente con diverse modalità e forme un po’ ovunque, in tutti i paesi e continenti.
Tuttavia la grande metropoli contemporanea sfugge a uno sguardo d’insieme, si sottrae alla possibilità di essere appresa dall’artista grazie a un punto di vista privilegiato, una torre, un colle, un panorama, o attraverso visioni o progetti totalizzanti come il volo d’uccello o il quadro dei vedutisti.
Gli strumenti tradizionali si rivelano inadeguati rispetto alla enormità e alla vastità degli spazi urbani.
Le rappresentazioni statiche di prospettive non sono più sufficienti a esprimere i nuovi rapporti tra spazi, edifici, strade. Lo scenario tradizionalmente progettato in funzione di un punto di vista unico si frantuma, il limite urbano si sposta, si perde il senso del limite e del margine.
In questa prospettiva si pone dunque l’esperienza elementare del pedone, del flâneur (e dunque dell’artista contemporaneo) che, cieco nei confronti della complessità urbana, esperisce la città senza però disporre di strumenti adeguati a una comprensione totalizzante. L’identità della metropoli si affida a figure parziali, a
frammenti emblematici e l’immagine rappresentata dall’artista diventa frammentaria e disarticolata.
Il problema della rappresentazione del contesto metropolitano è indubbiamente una questione dominante sia nell’arte che nell’architettura; l’attuale trasformazione delle città in metropoli coincide con l’impossibilità di poterne rappresentare l’interezza.
Precursore di questa visione discontinua della città è, nella metà del Novecento, Gordon Matta-Clark che nel suo lavoro artistico ha destrutturato, perforato e ricomposto lacerti di architettura attraverso interventi reali e a collage fotografici. Oppure, per citare alcuni lavori fotografici di fine millennio, quelli di Andreas
Gursky, Jane e Louise Wilson, Olivo Barbieri e Gabriele Basilico hanno rappresentato la megalopoli nella sua espansione incostante, con i suoi grattacieli e le nuove strade, la folla e le periferie.
Questo serrato e intenso confronto dell’arte e della fotografia con gli spazi frammentati della metropoli è continuato fino ai nostri giorni, come già ricordavo nell’introduzione al progetto Metropolis, grazie alla presenza di una nuova generazione di pittori italiani che rilegge il genere del paesaggio urbano, dello
spazio cittadino, dell’habitat quotidiano: “Ne sono testimonianza le architetture razionaliste di Petrus e le geometrie futuribili di Paolo Fiorentino, gli infiniti agglomerati di Jonathan Guaitamacchi e le megalopoli avveniristiche di Giacomo Costa, le apocalittiche visioni di Alessandro Busci e quelle turbinose di Alessandro
Papetti, gli scenari letterali di Bernardo Siciliano e quelli archeologici di Luca Pignatelli, le serene vedute urbane di Aldo Damioli e le altrettanto limpide forme industriali di Angelo Davoli” . E ancora, le linee di fuga metropolitane di Walter Trecchi e le visioni apocalittiche di Alba Amoruso, i flussi veloci e dinamici di Massimo Franchi, con gli ultimi protagonisti, assieme a Stefano Fioresi della mostra Caos
Project, progetto collaterale alla 52° Biennale di Venezia.
Le immagini postmoderne di queste metropoli sono trattate da Fioresi non come banali appunti di un carnet di viaggio o fotogrammi replicati di film già visti, bensì come sforzo progettuale per creare luoghi dotati di significati e, pertanto, legati al contesto, all’occasione, ai gruppi e alla loro identità. Così come il “progetto del postmoderno è il reincantamento del mondo”, il progetto di Stefano Fioresi diventa il
“reincantamento” dell’esperienza urbana. Il criterio espressivo diventa quello di differenziare i luoghi, di crearne l’identità, anche particolare, e di restituirne il piacere della visione. L’obiettivo diventa dunque quello di ricreare l’incantesimo delle città, come campo di realizzazione dell’immaginazione e dei desideri collettivi.
Il primo mito verso cui si indirizza l’azione estetizzante di Fioresi è New York, la metropoli divenuta città moderna per eccellenza, la shock city, il sogno americano dove“tutto può accadere e può accadere proprio adesso”. Per raccontare New York, Stefano Fioresi ha creato un nuovo linguaggio visivo, una nuova grammatica espressiva che si costruisce attraverso fasi successive a partire dalla ripresa fotografica, e che, nelle rielaborazioni seguenti, risente dell’influsso dei media e delle immagini pubblicitarie tradotte nel codice semplice e diretto della Pop Art. Dopo il taglio fotografico, “le immagini di Fioresi sono sottoposte a un processo di elaborazione digitale che caratterizza tutte le opere dell’artista: grazie a questo filtro visivo le immagini, prima di essere riportate sulla tela, sono tradotte attraverso la tecnica della posterizzazione che identifica i chiaroscuri e trasforma la rappresentazione in un’alternanza di bianchi e neri. A questo punto il soggetto viene trascritto sulla superficie del quadro attraverso un linguaggio pittorico estremamente
preciso e accurato, in alcuni casi con l’aiuto di progressive maschere che sintetizzano luci e ombre e individuano i particolari espressivi che restituiscono profondità alla composizione”.
Come riferisce Maurizio Sciaccaluga nel testo introduttivo alla mostra NYC – New York City, Stefano Fioresi racconta New York “in una serie di quadri-icona che la traducono in immagini immediate, in simboli collettivi, in tonalità elettriche. Nelle opere del pittore, dallo stile grafico evidente, dalla voglia inequivocabile di uniformare il visibile sotto un unico tratto, si succedono le figure tipiche della capitale del mondo, il look per cui è riconoscibile, i miti che la fanno unica e sola”. Ci sono i giocatori di
basket, i barboni di Central Park, i poliziotti, i pompieri, i taxisti, ecc.., insomma tutti i protagonisti della Grande Mela. E non ci sono solo presenze fisiche, ma fanno la loro prima comparsa anche elementi della segnaletica stradale, cartelli, semafori, display animati, idranti, edicole, pali telegrafici: nelle nostre città contemporanee, a cominciare da New York, si assiste al dilagare di elementi visuali di segnaletica del traffico – sia astratti che figurati – sia in bianco e nero che colorati, fissi e luminosi, che in maniera conscia o inconscia sollecitano continuamente il flâneur delle strade.
La rappresentazione artistica di Fioresi costituisce un fattore di rottura e di discontinuità rispetto all’assuefazione ordinaria della quotidianità, e diventa quindi, un elemento rilevante per la raffigurabilità della città. L’obiettivo è quello di rafforzare l’immaginario urbano attraverso l’esperienza artistica che restituisce valore estetico alla città, rompendo l’ovvietà dello spazio e rendendo le sue parti oggetto visibile
in modo che la gente si accorga di essa. Questo processo compositivo si avvale di un uso personale della luce atmosferica e della scala cromatica, rompendo con le regole di veridicità e verosimiglianza. “La luce di Fioresi – ricorda ancora Sciaccaluga – è tutto fuorché naturale: non è la luce della Mela […]. È la luce della rappresentazione, la luce di Warhol e del pop, quella del fumetto e dei simboli più generali: è una
luce che deve comunicare una sensazione, e non semplicemente aiutare l’immagine a sembrare vera. È uno spot colorato puntato sulla scena: i toni cambiano, non sembrano più verosimili, ma ciò che avviene nel fascio luminoso non può più passare inosservato. E se il gioco cromatico muta attorno ai protagonisti, disegnando aureole e orizzonti ora gialli ora azzurri, ora verdi ora rossi, è perché gli spazi, per l’autore,
non sono realtà, ma immaginazione, emozione, suggestioni”.
L’esperienza urbana attuata da Fioresi attraverso la sua pittura è un’esperienza della città narrata. Una città vissuta, immaginata e desiderata, dove il confine tra realtà e immagine si fa labile. Con l’opera di Fioresi si realizza la scomparsa del confine tra realtà e immaginazione e il prevalere della seconda sulla prima in nome di una maggior realismo. La città definita reale tende ad assomigliare sempre di più a quella
immaginata e il confronto tra spazi, luoghi e scenari avviene in una realtà onirica. Sogni, mode, miti, illusioni, desideri, in quanto elementi costitutivi del modello immaginario, diventano fattori potenti nel definire la città reale.
In questa fase del suo lavoro, oltre alle persone, ai taxi e alla segnaletica stradale, entra a far parte della rappresentazione dell’artista lo skyline di Manhattan, con i suoi grattacieli (Skyscrapers), i signature building, i ponti sopraelevati, le insegne multicolori, le architetture sfaccettate.
Queste nuove vedute urbane sono riprese attraverso un obiettivo fotografico aperto e profondo, che cattura differenti livelli della città. “Nella trasposizione su tela – ricordavo nell’introduzione alla mostra City – l’immagine subisce un taglio dell’inquadratura che focalizza l’attenzione su determinati particolari
architettonici, in questo caso i ponti e le complesse costruzioni della città”.
Non si tratta più soltanto di New York, ma anche di Londra, riconoscibile dai suoi bus a due piani, Roma con il Colosseo sullo sfondo, Pisa con la sequenza delle torri, Venezia con il Ponte dei Sospiri o Rialto.
Stefano Fioresi è un “city addict” dell’immaginario metropolitano e non si accontenta di scandagliare luoghi volti e simboli del panorama urbano, ma li ripropone più e più volte, secondo tagli e inquadrature differenti, creando sequenze inedite di immagini diverse, per suggerire ogni volta dei messaggi ideologici e delle esperienze estetiche.
Nelle immagini di Fioresi, così come nella nostra realtà delle metropolitane contemporanee, si moltiplicano i luoghi mitici come Time Square a Manhattan, Piccadilly a Londra, Piazza del Colosseo a Roma, dove produttori e consumatori della cultura popolare si accalcano e si incontrano, potenziandosi reciprocamente.
La realtà viene frantumata e spezzettata in immagini, il tempo viene anch’esso ridotto in frammenti, in momenti di un presente sempre attuale e ripetuto in spazi tra loro lontani e inconciliabili, a tal punto che – conclude Boris Brollo nel suo testo per Caos Project - “nel tempo, nello svolgersi della storia narrata, o meglio ancora, le diverse storie narrate s’intrecciano in un’unica storia ‘glocal’ dove tutto scorre sull’orizzonte senza alti e bassi, ma comprese in un ‘nastro’ di tanti colori che formano un unico spettro cromatico, oramai indistinto in un blocco d’immagini quasi indistinguibile”.
Ritornano a fare la loro comparsa i segni e i simboli già apparsi nella produzione precedente, una vera e propria “guerra proposta attraverso un teatro fatto dai segni che ci circondano e che forzatamente ci guidano: cartellonistica stradale, loghi politici, involucri, etichette, feticci religiosi, informazioni”. Questi segni e queste icone saturano il quotidiano attingendo all’inesauribile serbatoio della cultura di massa
e trasferendo nell’esperienza dell’uomo metropolitano i segni e il repertorio del passato, del lontano, dell’immaginario, del triviale. In sintesi è lo sguardo dell’uomo metropolitano, e dell’artista metropolitano, che crea il nuovo incantamento urbano attraverso l’estetizzazione delle forme del quotidiano.

"Il flaneur delle metropoli" di Chiara Canali

Le opere

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